La storia dell'Alfabeto


 

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Viveva l’alfabeto

libero, casto, lieto

nel cuor della natura.

Persino l’S impura

era senza peccato;

dal mar al colle, al prato,

rotolavan festanti,

vocali e consonanti.

L’M inseguiva l’L,

con le tre gambe snelle,

e l’O ch’era grassotto,

senz’essere di Giotto,

burlava tutto il dì,

la magrezza dell’I

Le lettere parlavano

coi fiori e cogli uccelli

e per gioco imparavano

il canto dei ruscelli.

L’R ruvida e strana

se la godeva un mondo

ad imitar la rana.

“Gra-gra” s’udiva in fondo

al fosso, e dalle rose

rispondeva un “ci-ci”.

Non era il colibrì,

eran due  C   festose

che ingannavano il coro

misterioso dei grilli

e i convegni tranquilli

delle farfalle d’oro.

L’alfabeto viveva

di letizie leggere,

forse nulla sapeva

ma sapeva godere.

 


Un april, sul finire

del giorno, ecco apparire

l’uomo, quel galantuomo

dell’uomo primordiale.

Ancora non parlava,

gesticolava solo,

ma più d’ogni animale,

compreso l’usignolo,

possedeva il segreto

canoro e musicale

d’incantar l’alfabeto.

Il povero alfabeto

ci cadde ingenuamente

e in un meriggio ardente,

dall’A fino alla Z,

vocali e consonanti

s’accordaron festanti

all’uomo analfabeta,

che pareva dicesse

con misteriori segni:

seguitemi nei regni

delle belle promesse!

Fu così che le lettere

dall’anima soave

senza troppo riflettere

divennero le schiave

dell’uomo, che le cinse

di ceppi e le costrinse

a dire tante cose

ipocrite e noiose…

 

(Luciano Folgore)

 

 
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