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Il Credo di uno scrittore

p. Giuseppe De Rosa s.j.

 

PERCHE’ CREDO IN GESU’ CRISTO

 

         Sono un cristiano di nascita. Nato in un piccolo paese contadino del “profondo Sud” tutto cristiano, sono stato battezzato un paio di settimane dopo la nascita. Non ho avuto un’educazione religiosa particolarmente curata, perché né i sacerdoti del mio paese né i miei genitori erano in grado di darmela. Avendo espresso il desiderio di diventare sacerdote, a 12 anni fui accolto in un piccolo seminario dei gesuiti. A quindici anni e mezzo entrai nel noviziato della Compagnia di Gesù. Dopo la lunga formazione spirituale e culturale che è in uso tra i gesuiti, fui ordinato sacerdote e, dopo un terzo anno di noviziato, iniziai il mio ministero sacerdotale tra i giovani.

 

Durante tutti questi anni sono stato quello che si dice un cristiano normale. Ho vissuto la mia fede cristiana intensamente – questo, sì – ma senza crisi particolari e senza dubbi angosciosi. Certamente, la fede è, di sua natura, oscura, e io, come tutti i cristiani, ho camminato nell’oscurità, senza folgoranti illuminazioni, ma alla luce discreta che lo Spirito Santo accende sul cammino di ogni credente e che è sufficiente per nutrire la fede del cristiano. A condizione evidentemente che questi compia un  “cammino di fede”, cioè collabori con l’azione dello Spirito Santo all’approfondimento e alla maturazione della propria fede.

 

E’ quanto ho cercato di fare con semplicità, seguendo l’impulso e l’invito dello Spirito, che si è fatto sentire nella maniera silenziosa con cui egli suole agire. Anzitutto, ho sempre pregato il Signore di voler accrescere e rafforzare la mia fede. Nel Vangelo di Marco (9, 14-29) si racconta la guarigione del ragazzo epilettico: i discepoli di Gesù sono stati incapaci di liberare il ragazzo dalla possessione diabolica e quindi di guarirlo dal suo male. Quando arriva Gesù, il padre del ragazzo si rivolge a lui, dicendogli: “Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”. Gesù gli dice: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”. Questa risposta di Gesù – “Se tu puoi!” – fa comprendere al padre del fanciullo che la sua fede in Gesù e nel suo potere di guarire suo figlio non è piena, ma condizionata: “Se tu puoi!”.  E dunque la guarigione non può avvenire, perché “tutto è possibile”, ma solo “per chi crede” in maniera piena e incondizionata. E’ allora che il padre grida: “Io credo, vieni in aiuto alla mia mancanza di fede”. Ho sempre amato ripetere questa invocazione nei miei dubbi e nelle mie incertezze, che sono comuni a tutti i cristiani: “Signore Gesù, io credo in Te, ma, poiché la mia fede è sempre scarsa e manchevole, Tu vieni in aiuto alla mia mancanza di fede”.

 

In realtà, la fede non è una conquista umana, ma un dono di Dio. Bisogna dunque pregare per ottenerlo. Ma, poiché si tratta di un dono che può essere perduto per i propri peccati e le proprie infedeltà, la preghiera per ottenere che la fede cresca e si rafforzi, e così riesca a superare tutte le tentazioni a cui ordinariamente essa va incontro, deve essere costante. Per tale motivo ho fatto sempre  mia la preghiera che – come è detto nel Vangelo di Luca (17,6) – gli Apostoli rivolsero a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”.

 

Sempre assecondando l’impulso dello Spirito – che a chi accoglie il dono della fede dona “pace e gioia nel credere” – mi sono sforzato di conoscere e di approfondire la fede cristiana, qual è annunziata e proposta dalla Chiesa cattolica, che ha ricevuto da Gesù il compito di annunciare a tutti gli uomini il Vangelo, custodirlo e difenderlo nella sua integrità. E’ quanto ho cercato di fare con lo studio della teologia cattolica, durato ben quattro anni in una delle migliori Facoltà teologiche del mondo, alla scuola di alcuni grandi teologi che hanno lasciato un nome nella storia della teologia e che mi hanno formato allo studio critico e rigoroso, mi hanno insegnato a confrontarmi con le opinioni contrarie alla fede cristiana in maniera leale e senza sottrarmi all’enorme cumulo di obiezioni di ogni genere – storico, filosofico, scientifico, religioso – che da sempre, ma specialmente a partire dall’Illuminismo del Settecento, si muovono alla fede cristiana.

 

Per tale motivo, mi sono sobbarcato alla non piccola fatica di approfondire lo studio della storia antica e moderna, della filosofia, soprattutto moderna, dei problemi scientifici riguardanti la fede cristiana. Fin dagli anni giovanili ho consacrato molto tempo alla storia delle religioni, di cui mi sono sforzato di avere una conoscenza attinta alle loro fonti. In particolare, ho privilegiato lo studio della Sacra Scrittura, della storia della Chiesa, dello sviluppo – spesso contraddittorio – della teologia e, per quanto mi è stato possibile, mi sono sforzato di tenermi al corrente dei suoi sviluppi più recenti.

 

Perciò, lo sforzo di approfondimento della fede cristiana, della sua ragionevolezza, della sua credibilità, se è stato faticoso, mi ha dato due ferme convinzioni. La prima: non ci sono obiezioni decisive contro la fede che ne mostrino la falsità, poiché a tutte le innumerevoli obiezioni che si muovono contro di essa da  tutti  i campi dello scibile c’è una risposta seriamente fondata e  accettabile da chi la esamina senza prevenzioni scientifiche e senza pregiudizi morali, con quella rettitudine che non deve mancare in chi è alla ricerca della verità. La seconda: ci sono al contrario forti argomenti, i quali consentono di affermare che la fede cristiana è altamente “credibile”; che ci sono fortissime “ragioni per credere” e che perciò chi compie l’atto di fede ha validissime ragioni per compierlo: per essere credente, egli non deve rinnegare la propria ragione critica.

 

Ma l’approfondimento critico e rigoroso della fede cristiana nei suoi dogmi, nella sua teologia, nella sua morale, se è necessario per aprire la strada a una fede matura e per sostenerla nei suoi dubbi e nelle sue incertezze , … non è in  grado né di far nascere l’atto di fede né di farlo crescere e maturare.

 

Questo è un punto essenziale, quando si parla di fede cristiana. Essa non è il frutto o la conclusione di studi, per quanto critici e rigorosi della teologia cristiana – si può essere espertissimi nella conoscenza del cristianesimo e ammiratori della sua grandiosità, della sua profondità religiosa e dei suoi valori morali ed estetici e non essere credenti! -, ma è unicamente frutto della grazia di Dio, che l’uomo deve solamente accogliere con cuore aperto. In altre parole, è Dio che muove alla fede, ed è in forza di questa mozione che la persona umana dice: “Sì, io credo”. Lo dice chiaramente san Paolo quando scrive ai cristiani di Corinto: “Nessuno può dire : “Gesù è Signore” se non sotto la mozione dello Spirito Santo “ ( 1 Cor 12,3). Dire che “Gesù è il Signore” significa affermare la divinità di Gesù, dunque credere che egli è Dio: si è allora credenti, non in forza di argomenti razionali e dunque di ordine storico, teologico, morale o estetico, ma unicamente in forza della grazia di Dio.

 

In che cosa è consistita per me questa grazia della fede, che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di “cristiano normale” e che, con il passare degli anni, è diventata sempre più forte e luminosa?

 

Questo è il “mistero” – proprio e personale – di ogni cristiano, che egli ama custodire nel suo cuore in geloso segreto. Se egli ne parla, è per ubbidire al comando dell’apostolo Pietro, che nella sua Prima Lettera, invita i cristiani “a essere pronti sempre a rendere a chiunque domando loro ragione della speranza che è in essi”, cioè della loro fede, raccomandando però che lo facciano “con dolcezza e rispetto” e “con retta coscienza” ( 1Pt 3,15 ): dunque, con semplicità e umiltà, e soprattutto con rettitudine, senza volere né esaltare se stesso, perché non c’è nessun merito nell’avere la fede cristiana, né ingannare chi ascolta, né raggirarlo con l’inganno, né violarne la coscienza.

 

Che cosa , dunque, è stata per me la grazia della fede?

 

E’ detto nel Vangelo di Giovanni che: “Nessuno può venire a me – è Gesù che parla – se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). “Venire” a Gesù e affidarsi a lui per essere da lui salvato dal peccato e dalla morte. Perciò, affinché una persona possa “venire a Gesù” e dunque credere a lui, è assolutamente necessario che Dio, il Padre di Gesù lo “attiri”. In che cosa consiste tale “attrazione” e a chi il Padre attira?

 

L’attrazione è il fascino che una persona  esercita su un’altra e il desiderio che questa prova di amarla e di unirsi a lei. Dio attira una persona, creando in essa un fascino e un desiderio di unione. Nella Sacra Scrittura l’attrazione è sempre espressione di amore. Dio dice a Israele: “Con amore eterno ti ho amato; perciò ti ho attirato nella mia misericordia” (Ger 31,3). Dio, che ama tutti gli uomini e vuole che tutti siano salvi, nel suo amore misericordioso li attira.

 

Li attira a chi? Evidentemente li attira a sé, all’ascolto della sua parola e al suo amore. Ma – poiché il disegno di salvezza che Dio ha concepito per l’umanità è che gli uomini si salvino col credere in Gesù e col divenire suoi discepoli – il Padre attira gli uomini a Gesù, suscitando in essi il fascino per la persona di Gesù, per quello che Gesù dice e opera, e il desiderio di amarlo, di essere uniti a lui, di seguirlo fino a diventare suoi discepoli.

 

L’”attrazione” che, dunque, Dio esercita sugli uomini per condurli alla fede è attrazione a Gesù. Lo conferma lo stesso Gesù quando dice, parlando della sua “elevazione” da terra…: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32)

 

Per quanto mi riguarda, la grazia della fede, datami da Dio, è stata una forte attrazione a Gesù. Fin  dai primi anni della mia giovinezza ho sentito il fascino che esercitava su di me la persona di Gesù. Ho perciò desiderato conoscere Gesù, la sua vita, la sua predicazione, le sue opere con uno studio approfondito dei Vangeli: uno studio che è continuato per tutta la mia vita e che ha avuto per oggetto una parte dell’immensa produzione letteraria, storica ed esegetica su Gesù, il quale è certamente il personaggio storico di cui più si è scritto da duemila anni a oggi.

 

Si sa quante battaglie si sono combattute dal Settecento ai nostri giorni intorno alla persona di Gesù tra coloro che vedevano in lui il Messia e il Figlio di Dio fatto uomo e coloro che lo ritenevano soltanto una grande personalità religiosa, un predicatore di elevate norme morali oppure un sognatore di imminenti catastrofi o addirittura un  agitatore politico messo a morte dai romani per ribellione. Ho prestato la dovuta attenzione a tutte queste voci diverse e contraddittorie e sono giunto alla conclusione che, storicamente parlando, la ragione sta dalla parte di coloro che vedono in Gesù il Messia, atteso da Israele , e il Figlio di Dio fatto uomo, assai più che dalla parte di chi vede in lui un semplice uomo, sia pure il più grande della storia umana.

 

Ma Gesù non è stato per me solamente un affascinante personaggio storico. E’ stato ed è una persona “vivente”: se mi ha affascinato la sua storia, è perché mi ha affascinato la sua persona. Perciò, non mi è bastato conoscere a fondo la sua vicenda storica e l’impronta profondissima che egli ha lasciato nella storia umana, ma ho ardentemente desiderato essere e vivere con lui, amarlo con tutta la mia anima, essere suo amico, suo discepolo, suo testimone tra gli uomini e portatore del suo messaggio.  Soprattutto, ho desiderato fare di Gesù Cristo l’unica ragione della mia vita, il senso profondo della mia esistenza. Per questo, nella mia giovinezza ho scelto di diventare sacerdote nella Compagnia di Gesù, un Ordine religioso che ha tutta la sua ragione di essere nell’amore e nel servizio di Gesù e della sua Chiesa. Di questa scelta, che ha segnato la mia esistenza, non mi sono mai pentito. Anzi, l’essere gesuita è stata  per me un’esperienza che ha dato pienezza di significato alla mia vita e mi ha riempito di una profonda gioia che nulla ha mai potuto spegnere e neppure intaccare. Così, giunto ormai vicino al termine di una lunga vita che, come ogni vita umana, ha avuto le sue difficoltà, i suoi travagli e le sue gioie, posso testimoniare di aver vissuto per qualche cosa per cui è valsa la pena impegnare in pieno la propria esistenza.

 

* * *

 

Questa mia esperienza di fede non ha niente di particolare o di diverso da quella di tanti cristiani, specialmente dei più piccoli e dei più umili tra essi. Essa trova la sua migliore espressione nella vita di san Paolo che dice di sé: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21) e aggiunge : “Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2.20). Parlando poi dell’esperienza spirituale avuta sulla via di Damasco, egli la interpreta come l’”essere stato afferrato da Gesù Cristo” (Fil 3,12). E infatti, al pari di ogni cristiano che fa seriamente un cammino di fede, anch’io, sia pure in piccola misura, ho fatto la gioiosa esperienza di essere stato “afferrato” da Gesù Cristo. Di questa grazia, che è stata la più grande della mia vita, voglio qui lodare Dio Padre che, nel suo infinito amore, mi ha “attirato” a Gesù.

 

E’ dunque per pura grazia di Dio e senza nessun mio merito che sono cristiano, cioè un uomo che, pur nella sua povertà e miseria, ha avuto da Dio Padre il dono di essere attirato a Gesù e di essere afferrato da Gesù; un uomo che ha avuto la grazia – e la gioia – di credere in Gesù Cristo con tutta l’anima. E questa è l’unica cosa che conta nella mia vita.

 

(Cfr. fonti )

 

 

 

 

 



 
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