La Zappa

 

 

                        

     anche l’agricoltura ci fa meditare!

 

 

 

 

Voi non sapete quanto sia bella la zappa. Non potete sapere, voi, cittadini di città, quanto può essere bella una zappa! Una semplice zappa di campagna, una vera zappa nelle dure mani del contadino, una reale zappa appoggiata ai sassi del muro accanto all’uscio del contadino.

Un pezzo di legno infilato in un pezzo di ferro: un povero pezzo di legno, una semplice stanga di legno forte, di legno onesto: un pezzo di legno appena squadrato dal filo dell’accetta: non pulito, non verniciato, non lustrato. Le dure mani dello zappatore, ingrossate, indurite, gli daranno giorno per giorno la lucentezza dell’antico, la luce del lavoro che vince il sudicio del sudore e della carne.

Un povero pezzo di ferro, un piccolo pezzo di metallo nero che il fabbro fece rosso nel fuoco e che il contadino fa splendere al sole come l’argento. Ma voi non potete sapere, non potete vedere, cittadini di città, quanto sia bella una zappa, una grande zappa d’argento nelle due mani nere del contadino, che frange i sassi nascosti, mozza le radiche vecchie, rompe la terra asseccata, impallidita, stremata dalle mietiture, e la fa tornare, come per miracolo, nera.

La zappa dei padri antichi, e che le madri e le figlie maneggiano quando i padri mancano, la zappa, strumento del grande lavoro necessario, del lavoro eterno, del lavoro di dominazione dell’uomo sulla terra, del lavoro che tutti i giorni risuona nei campi eterni della terra.

Insieme allo scettro del Re, al Bastone del Pastore, alla Spada del Soldato, alla Penna del poeta, essa è degna d’essere lodata dalla nostra voce.

Ma voi non saprete, mai, non potrete mai sapere, cittadini di città, quanto sia bella una zappa, una grande zappa d’argento sotto l’oro del sole.

                                                                                     (Giovanni Papini)

 

 

 
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